Il senso di una candidatura
Lo faccio con consapevolezza e con rispetto profondo per l’istituzione che ci unisce.
Ho scelto di candidarmi solo quando ho sentito di poterlo fare con piena coscienza del compito che mi attende e della responsabilità che esso comporta nei confronti di tutte e tutti.
Ca’ Foscari è una comunità complessa, ricca di differenze, di competenze e di sensibilità: guidarla significa prima di tutto rispettarla, prendersene cura e mettersi al suo servizio. È con questo spirito, e con questo senso di responsabilità, che oggi metto a disposizione della nostra Università la mia esperienza e il mio impegno.
Con questo programma comunico la mia candidatura alla carica di Rettore dell’Università Ca’ Foscari Venezia. Lo faccio con consapevolezza e con rispetto profondo per l’istituzione che ci unisce. La mia candidatura è frutto di una scelta ponderata. Ho voluto prima portare a compimento obiettivi importanti per la nostra Università e, soprattutto, prendermi il tempo necessario per riflettere con serietà sul significato e sul peso di questo passo.
Candidarsi a Rettore non è né un atto formale né una decisione da assumere con leggerezza. È una responsabilità grande, che riguarda il presente e il futuro di Ca’ Foscari, delle sue studentesse e dei suoi studenti, di chi vi lavora ogni giorno nella didattica, nella ricerca, nella valorizzazione delle conoscenze, nei servizi, nell’amministrazione. È una responsabilità che richiede ascolto, misura, visione e senso del limite.
Ho scelto di candidarmi solo quando ho sentito di poterlo fare con piena coscienza del compito che mi attende e della responsabilità che esso comporta nei confronti di tutte e tutti. Ca’ Foscari è una comunità complessa, ricca di differenze, di competenze e di sensibilità: guidarla significa prima di tutto rispettarla, prendersene cura e mettersi al suo servizio. È con questo spirito, e con questo senso di responsabilità, che oggi metto a disposizione della nostra Università la mia esperienza e il mio impegno.
Mi candido per proporre una visione nuova del nostro Ateneo. Mi candido perché sono profondamente convinto che la nostra università si trovi a un punto cruciale della sua storia — e perché sento di dover fare tutto ciò che posso per contribuire al suo futuro.
Mi candido perché credo che l’Università debba tornare a essere un faro di speranza; un luogo di dialogo, non di divisione; uno spazio di incontro, non di separazione.
Mi candido perché oggi è sempre più evidente che le politiche universitarie non possono essere trasformate davvero se non cambiamo prima lo spirito con cui le pensiamo e le costruiamo. Non basta intervenire sulle regole o sugli strumenti: serve un cambio di paradigma, la capacità di cambiare per il meglio, insieme, come comunità accademica. Dobbiamo uscire da una logica di continua sopravvivenza e di risposta affannosa alle emergenze, per aprire una stagione di rinascita e di rilancio consapevole. Un’università che vive solo reagendo perde la capacità di immaginare il proprio futuro. Io credo invece in un’università internazionale che orienta e guida il cambiamento, che non rincorre le emergenze ma costruisce una direzione, un’università con una visione condivisa che diventa motore di sviluppo culturale e sociale.
Negli anni ho avuto il privilegio di conoscere questa Università da molte prospettive — come docente, come prorettore, come presidente del Presidio di Qualità e come cittadino. Ho visto da vicino le difficoltà di chi si sente escluso, le speranze di chi crede nella ricerca, le fatiche di chi dedica la vita all’insegnamento senza sentirsi ascoltato.
Ho incontrato studentesse e studenti pieni di talento, preoccupati per il proprio futuro in Italia; studentesse e studenti di grande merito che non sempre si sentono adeguatamente valorizzati; ricercatrici e ricercatori che faticano a vedere pienamente valorizzato il proprio lavoro. Ho incontrato giovani ricercatrici e ricercatori costretti a lottare per trovare spazio e prospettive, e personale tecnico e amministrativo che ogni giorno sostiene con dedizione e competenza la vita dell’Università, troppo spesso senza il giusto riconoscimento. A loro, a tutte e a tutti voi, voglio dire che possiamo e dobbiamo dare un nuovo impulso al nostro cammino. Non possiamo più permettere che le nostre energie si disperdano in divisioni interne o in rigidità istituzionali. Non possiamo accettare che le migliori menti della nostra comunità si sentano lontane dalla loro stessa Università.
Per questo mi candido: per difendere la vera vocazione di Ca’ Foscari — essere una comunità di pensiero, di libertà, di coraggio. Credo che, insieme, possiamo costruire un futuro in cui Ca’ Foscari possa essere un modello non solo per la qualità della sua didattica e della sua ricerca, ma per la sua capacità di generare senso, di unire, di ispirare. Mi muove il desiderio profondo di servire un’istituzione che amo, e di accompagnarla in una stagione nuova — una stagione in cui la conoscenza possa essere il linguaggio della speranza.
L’università si trova oggi al centro di trasformazioni profonde, rapide e spesso destabilizzanti, che mettono in discussione modelli consolidati e certezze che davamo per acquisite. Le sfide che ci attendono sono grandi e riguardano il futuro della formazione, della ricerca, del lavoro accademico, del rapporto tra università e società. In questo scenario, ciò che è in gioco non è soltanto la guida di un Ateneo per un mandato, ma una scelta più profonda, ovverosia il modo in cui vogliamo vivere, costruire e trasmettere l’università nei prossimi decenni.
Questa elezione ci chiama quindi a una responsabilità collettiva. Ci chiede di interrogarci non solo su chi debba guidare Ca’ Foscari, ma su quale idea di università vogliamo condividere e rendere possibile per le generazioni che verranno. Io credo che Ca’ Foscari possa essere ancora — e sempre di più — un luogo in cui il sapere incontra la vita, e in cui Venezia non è soltanto la cornice, ma la metafora più bella della nostra missione: tenere insieme le differenze e resistere al tempo con la forza dell’intelligenza e della cultura.
Qualcuno potrà sostenere che, di fronte alla complessità del presente, gli ideali debbano piegarsi alla realtà, che le idee valgano meno dei bilanci, che l’efficienza conti più della visione. È un argomento che ritorna spesso nei momenti difficili, quando la pressione del quotidiano sembra lasciare poco spazio al pensiero a lungo termine.
Io credo invece che non possa esistere una buona amministrazione senza una direzione chiara. Le decisioni più difficili non diventano più giuste perché sono rapide o convenienti, ma perché sono guidate da una visione che tiene insieme responsabilità, competenza, conoscenza e rispetto delle persone.
Un progetto che dimentica la dignità umana non è mai davvero solido, perché erode la fiducia e spegne il coinvolgimento. Un sistema che funziona solo per pochi, o che lascia indietro chi è più fragile, non è davvero efficace: spreca talenti, crea distanza, produce indifferenza.
L’università deve essere una comunità viva, capace di dare senso alle proprie scelte e di guardare lontano. È questo equilibrio tra concretezza e visione che rende un’istituzione forte, credibile e capace di inventare un futuro migliore.
Credo veramente che il futuro appartenga a chi ha il coraggio di immaginarlo diverso. A chi sceglie la curiosità invece della paura, l’impegno invece dello scetticismo.
I nostri studenti e le nostre studentesse non sono solo il futuro: sono il presente che sta già cambiando il mondo. A loro spetta il compito di abbattere le barriere che ancora dividono gli esseri umani per provenienza sociale, lingua, cultura o religione. A loro spetta il compito di costruire una società dove la conoscenza sia davvero al servizio della libertà. A noi come università spetta il compito di accompagnarli in questa avventura.
L’università che immagino, e per la quale oggi scelgo di candidarmi alla carica di Rettore, è un’università giusta, solidale e coraggiosa. Un’università che non esclude, ma che riconosce il valore di ogni persona. Un luogo in cui il sapere non è mai neutro, ma diventa responsabilità civile; in cui la ricerca non è solo produzione di risultati, ma un autentico atto di cura e di attenzione verso l’umanità. Un’università che sa interrogarsi, che accetta il dubbio, che non teme la complessità e che sceglie di stare dalla parte di chi costruisce, di chi include, di chi prova a migliorare il mondo con la conoscenza.
Se mi affiderete questo compito, vi prometto che non smetterò mai di credere nella forza delle persone che fanno vivere Ca’ Foscari ogni giorno. Crederò che ogni studentessa e ogni studente, ogni docente, ogni ricercatrice e ricercatore, ogni membro della comunità cafoscarina, ogni idea condivisa, possa essere quella scintilla capace di accendere la luce del cambiamento. Perché è così che l’università cresce: insieme, attraverso le persone, attraverso il coraggio di immaginare il futuro.