Programma
Per Ca' Foscari
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Il mio programma PER CA’ FOSCARI
Condividere e costruire insieme un programma non significa rinunciare a una visione, ma renderla più solida, valorizzando tutti
Le sfide che attendono l’università nei prossimi anni sono profonde e complesse. Riguardano il nostro modo di fare ricerca, di insegnare, di attrarre studenti e talenti, di garantire sostenibilità economica e, soprattutto, di rimanere fedeli alla missione pubblica dell’università in un contesto in continua trasformazione. Di fronte a sfide di questa portata, è chiaro che nessuna risposta può essere efficace se nasce come un atto unilaterale o come una decisione calata dall’alto. L’università del futuro non si costruisce per imposizione, ma attraverso un percorso condiviso.
Il programma che propongo nasce esattamente da questa convinzione. Non è un programma da applicare in modo rigido né un insieme di soluzioni preconfezionate da imporre alla comunità accademica. È, al contrario, una proposta aperta, che intende offrire una cornice di visione e alcuni orientamenti di fondo, consapevole che la sua forza e la sua credibilità dipenderanno dalla capacità di essere discusso, arricchito e fatto proprio da chi vive quotidianamente l’università. Un programma che non chiede adesione formale, ma partecipazione reale.
In un’istituzione complessa e plurale come l’università, le scelte durature nascono solo dall’incontro tra competenze, sensibilità e prospettive diverse. Il mio programma intende rispettare pienamente questo pluralismo e questa diversità, nella convinzione che la ricchezza di Ca’ Foscari risieda proprio nella differenza dei suoi Dipartimenti. Il compito del Rettore e della governance non è sostituirsi ai Dipartimenti, ma rendere più semplice, più sostenibile e più efficace l’esercizio delle loro tre missioni all’interno di una complessità crescente, offrendo condizioni, strumenti e cornici che ne facilitino il lavoro e ne valorizzino le scelte. Credo invece in un Ateneo che riconosce le sue specificità, le sue storie, le sue specifiche vocazioni e differenze, non come un problema da governare, ma come una ricchezza da custodire e valorizzare. La forza di Ca’ Foscari sta proprio nella pluralità delle sue comunità scientifiche, una pluralità che non va compressa, ma resa capace di convivere, dialogare e rafforzarsi a vicenda. Governare significa tenere insieme, creare le condizioni perché ogni Dipartimento possa esprimere al meglio il proprio potenziale all’interno di un progetto comune. Un Ateneo è davvero forte solo quando nessuna sua parte si sente marginale, subordinata o estranea. È questa l’idea di università in cui credo, l’idea di un’unica comunità, fatta di differenze riconosciute, rispettate e valorizzate, che crescono insieme perché sanno di appartenere allo stesso orizzonte.
Per questo motivo, condividere e costruire insieme un programma non significa rinunciare a una visione, ma renderla più solida, valorizzando tutti. Significa riconoscere che la leadership, in ambito universitario, non si esercita attraverso il comando, ma attraverso l’ascolto, la mediazione e la capacità di costruire fiducia. Le idee che vengono proposte in questo programma non sono punti di arrivo, ma strumenti di lavoro e spunti di riflessione che devono essere messe alla prova del confronto e adattate alle diverse realtà dell’Ateneo. Il programma si fonda quindi su principi di governo che consentono una lettura integrata di tutte le azioni. Sono gli stessi principi che hanno guidato, in questi anni, la mia gestione dell’architettura del sistema di assicurazione della qualità.
- Governo come costruzione di condizioni, non come imposizione di soluzioni. Governare l’università per me non significa decidere al posto delle comunità, ma creare le condizioni perché le comunità possano decidere con più consapevolezza. Il Rettore e la governance non sono presentati come “decisori sovraordinati” in un contesto già estremamente vincolante, ma come facilitatori istituzionali. È un modello di leadership abilitante, non direttivo.
- Attenzione alle decisioni. Il programma non promette soluzioni rapide, ma insiste continuamente sul come si decide.
- Dati come linguaggio comune. L’uso dei dati come bene comune informativo. Essere supportati dai dati e informazioni precise significa capire meglio la realtà e prendere decisioni più trasparenti e informate.
- Riconoscimento del lavoro invisibile e delle competenze diffuse. Questo non è un dettaglio valoriale, ma un principio di governo che mette al centro non solo la formazione professionale già acquisita ma anche quella futura.
- Decidere è spiegare. Nel programma emerge chiaramente che governare non è solo decidere, ma è soprattutto rendere comprensibili e trasparenti le decisioni e comunicarle.
Alla base di questo percorso deve esserci un quadro di valori condivisi: la qualità della didattica, della ricerca e della terza missione, l’attenzione alle persone, l’inclusione, la sostenibilità, la responsabilità verso le generazioni future. Sono questi valori che possono tenere insieme la diversità dell’università e trasformarla in una forza, anziché in una frammentazione.
Il programma che propongo, dunque, non vuole essere un elenco di decisioni già prese, ma un invito alla costruzione collettiva. Un invito a lavorare insieme, con senso di responsabilità e spirito di servizio, per affrontare sfide che nessuno può vincere da solo. Solo attraverso un percorso condiviso, fondato sul rispetto reciproco e sulla fiducia, sarà possibile costruire un’università capace di guardare al futuro con consapevolezza, coesione e ambizione. Esse sono pensate come strumenti per rafforzare nel tempo l’Ateneo nel suo insieme, migliorandone la qualità, la coesione interna e la sostenibilità economico-finanziaria, e non come impegni rigidi o indistinti.
Non tutte le azioni potranno essere avviate immediatamente, né tutte con la stessa intensità. Esse implicano ordini di priorità differenti, che dovranno essere definiti in modo responsabile tenendo conto delle condizioni di contesto, delle risorse disponibili e della capacità dell’Ateneo di incrementare progressivamente i propri proventi, anche attraverso politiche di sviluppo e attrattività coerenti con la sua missione pubblica. In questo senso, la sostenibilità economico-finanziaria non è una premessa esterna al programma, ma una sua dimensione costitutiva: molte delle azioni proposte mirano proprio a creare le condizioni affinché l’Ateneo possa, anno dopo anno, rafforzare la propria base economica e reinvestire in modo virtuoso nelle proprie funzioni fondamentali.
Il programma assume quindi una logica di gradualità e di adattamento continuo. Le scelte dovranno essere monitorate, valutate e, se necessario, ricalibrate nel tempo, in un rapporto dinamico tra visione strategica, confronto con la comunità accademica e responsabilità istituzionale della governance. Solo in questo equilibrio tra ambizione, realismo e partecipazione sarà possibile trasformare le proposte in politiche sostenibili e condivise.
I punti principali del mio programma sono divisi in due macro-sezioni. La prima è volta a identificare le missioni dell’Ateneo, la seconda a creare un’infrastruttura abilitante affinché queste missioni possano essere realizzate.
Prima di affrontare separatamente i punti principali del mio programma vorrei soffermarmi sul ruolo che dovrebbe avere oggi un Rettore in un’università pubblica come Ca’ Foscari.
Questa visione del ruolo del Rettore non nasce da un’astrazione teorica, ma da un’esperienza istituzionale diretta e trasversale. Ho lavorato all’interno dell’Ateneo come Prorettore e come Presidente del Presidio della Qualità, in ruoli che consentono di conoscere dall’interno i processi reali dell’università: didattica, ricerca, amministrazione, valutazione, uso dei dati. È un’esperienza che mi ha insegnato che il governo dell’università non si fonda sull’autorità formale o sull’improvvisazione, ma sulla capacità di assumersi responsabilità di sistema e di orientare le decisioni al bene comune dell’Ateneo nel suo insieme.
Viviamo un tempo in cui la tentazione del comando rapido, della risposta immediata, della soluzione apparentemente semplice è molto forte. Ma l’università non è fatta per il tempo breve. L’università vive nel tempo lungo della formazione, della ricerca, delle istituzioni che attraversano le generazioni. Per questo, a mio avviso, il Rettore non può essere il centro dell’università. Non può essere il decisore solitario, né il vertice distante che osserva dall’alto. Il Rettore deve essere, prima di tutto, una figura che svolge una funzione abilitante: una funzione che tiene insieme, che rende possibile, che dà direzione senza imporre uniformità.
Il Rettore non dovrebbe sostituirsi alle comunità scientifiche e didattiche, ma metterle nelle condizioni di esprimere il meglio di sé. Questo significa costruire contesti di lavoro più chiari, più leggibili, più giusti. Significa ridurre ciò che complica la vita accademica e rafforzare ciò che genera qualità. Molte difficoltà che viviamo ogni giorno non nascono da mancanza di competenze o di idee, ma dal fatto che lavoriamo dentro processi opachi, dentro regole stratificate, dentro tempi imprevedibili. Rendere l’università più comprensibile a chi la vive non è un dettaglio organizzativo: è un atto profondamente politico, nel senso più alto del termine.
Per questo credo che il Rettore debba essere innanzitutto il garante del metodo, prima ancora che delle soluzioni. Non basta decidere: bisogna decidere bene in modo informato. E decidere bene significa preoccuparsi non solo di che cosa si decide, ma di come si decide. Le decisioni giuste non esistono in astratto. Esistono decisioni giuste per un contesto, prese con responsabilità, basate sull’analisi di dati condivisi, con rispetto per le differenze disciplinari e per le persone coinvolte. Quando il metodo è solido, anche le decisioni difficili diventano comprensibili; quando il metodo manca, anche le decisioni giuste rischiano di apparire arbitrarie.
In questo quadro, l’ascolto assume un significato molto preciso. Ascoltare, per un Rettore, non vuol dire rinunciare alla propria responsabilità o cercare il consenso a ogni costo. Vuol dire creare spazi reali e strutturati in cui le voci possano emergere prima che i conflitti si irrigidiscano; vuol dire dare attenzione anche a chi parla piano, a chi fatica, a chi regge silenziosamente il sistema. Un Rettore che non ascolta perde contatto con la realtà. Un Rettore che ascolta senza decidere, però, perde credibilità. Il ruolo sta esattamente in questo equilibrio delicato e necessario.
Credo anche che il Rettore debba avere un rapporto onesto con il tempo e con il peso delle decisioni. Governare un’università significa saper programmare, saper spiegare, saper assumere il peso delle scelte anche quando sono difficili o complesse. Non significa rinviare, ma neppure reagire in modo affannoso. Le decisioni più forti non sono quelle che arrivano all’improvviso, ma quelle che, quando arrivano, sono riconosciute come necessarie perché sono state preparate, argomentate, condivise.
Il ruolo del Rettore non si esaurisce all’interno dell’Ateneo. Il Rettore è anche il rappresentante istituzionale dell’università all’esterno: nella CRUI, nel rapporto con il Ministero, nel confronto quotidiano con gli altri Rettori. In quei contesti il Rettore deve saper stare con autorevolezza e misura, difendendo l’autonomia della propria università, la giustezza delle decisioni assunte, la specificità delle scelte, senza isolamento ma anche senza subalternità. Perché l’autonomia non è una concessione che si riceve dall’alto: è una responsabilità che si esercita e si difende ogni giorno, con argomenti, con visione e con credibilità istituzionale.
Un altro compito essenziale del Rettore è custodire l’equilibrio tra autonomia e responsabilità all’interno dell’Ateneo. L’autonomia dei Dipartimenti, delle discipline, delle persone è un valore irrinunciabile, ed è una delle grandi ricchezze dell’università, in particolare, credo, della nostra. Ma l’autonomia ha senso solo se è accompagnata da una responsabilità verso l’Ateneo nel suo insieme. Tenere insieme queste due dimensioni è forse il compito più difficile del Rettore, e non si realizza con i proclami o slogan, ma con regole chiare e fiducia reciproca.
C’è poi un aspetto che considero centrale e che non vorrei mai perdere di vista: l’università vive attraverso le persone. Studentesse e studenti, docenti, ricercatrici e ricercatori, personale tecnico-amministrativo, tecnico di laboratorio, bibliotecario e CEL. Il Rettore non è il capo di queste persone. È il loro rappresentante istituzionale. Un’università cresce davvero solo quando chi la governa non si mette al centro, ma aiuta la comunità a ritrovare il proprio centro, a riconoscere il proprio valore e a guardare al futuro con fiducia e responsabilità.