1.3 Il benessere è parte della formazione
Il benessere non è un tema marginale: incide direttamente sui risultati accademici.
Il mio impegno è:
- rafforzare i servizi di supporto psicologico;
- promuovere iniziative per la salute mentale e la prevenzione del disagio;
- creare spazi sicuri di ascolto e confronto;
- contrastare solitudine, stress e isolamento, soprattutto nei primi anni.
Un’università che si prende cura del benessere migliora anche la qualità della formazione.
Investire nel benessere studentesco significa partire da una constatazione semplice ma spesso sottovalutata ovvero che il successo formativo non dipende soltanto dalla qualità della didattica o dalla buona organizzazione dei corsi, ma anche – e in molti casi in modo decisivo – dalle condizioni psicologiche, relazionali e materiali in cui studentesse e studenti vivono l’esperienza universitaria. Il benessere non è un tema accessorio né un ambito “di supporto” separato dalla formazione. Incide direttamente sulla capacità di apprendere, di sostenere i carichi di studio, di attraversare momenti di difficoltà senza interrompere il percorso. Assumerlo come priorità strategica significa agire sulle condizioni concrete che rendono davvero possibile lo studio.
Ca’ Foscari non parte da zero. Negli anni l’Ateneo ha costruito una rete articolata e qualificata di servizi per il benessere: supporto psicologico, attività di counselling individuale e di gruppo, iniziative di prevenzione del disagio, servizi di supporto sanitario e collaborazioni con il sistema socio-sanitario territoriale. Questa rete rappresenta una base solida e va riconosciuta come tale. Tuttavia, l’aumento significativo della domanda registrato negli ultimi anni segnala con chiarezza la necessità di un rafforzamento strutturale. Non si tratta di inventare nuovi servizi, ma di potenziare, integrare e rendere più accessibili quelli esistenti, garantendo continuità, visibilità e presenza equilibrata in tutte le sedi dell’Ateneo, in coerenza con l’impostazione complessiva delle azioni dedicate al successo formativo. Il rafforzamento di questa rete dovrà prevedere una graduale estensione dei presidi anche nei campus di Mestre e Treviso, almeno attraverso forme leggere ma riconoscibili di presenza locale o di sportello periodico. L’obiettivo non è replicare integralmente ogni servizio in ogni sede, ma garantire che nessuno studente debba spostarsi tra campus per accedere a un primo livello di ascolto e orientamento.
Rafforzare i servizi di supporto psicologico significa, prima di tutto, intervenire su tre dimensioni concrete: accessibilità, tempestività e continuità. Il supporto non deve essere percepito come una risorsa eccezionale, riservata a situazioni estreme, ma come uno strumento ordinario a cui è legittimo rivolgersi nei momenti di difficoltà. Questo richiede una maggiore capacità di risposta, soprattutto nei periodi con più pressione accademica, una riduzione dei tempi di attesa e una comunicazione più chiara sui percorsi di accesso. Da questo punto di vista, il benessere va letto anche in chiave preventiva: intercettare precocemente situazioni di stress, ansia o disorientamento consente spesso di evitare che si traducano in blocchi, ritardi o abbandoni. L’accessibilità dovrà essere garantita anche attraverso una combinazione intelligente di presenza fisica e modalità online, particolarmente strategica per i campus in cui i servizi sono meno strutturati. La possibilità di prenotare colloqui e momenti di ascolto da remoto rappresenta uno strumento essenziale per rendere il multicampus una rete realmente connessa.
Accanto al supporto individuale, è fondamentale consolidare e rendere strutturali le azioni di promozione della salute mentale e di prevenzione del disagio. Le esperienze già attive a Ca’ Foscari – laboratori sulla gestione dello stress, sull’ansia da esame, sull’organizzazione del carico di studio – mostrano come il benessere possa essere coltivato anche attraverso strumenti educativi e formativi. Rafforzare questa dimensione significa renderla continuativa, collegarla in modo esplicito ai momenti più delicati della vita accademica e normalizzare l’idea che prendersi cura del proprio equilibrio psicologico sia parte integrante dell’esperienza universitaria, non un segnale di fragilità.
Un nodo centrale riguarda il potenziamento degli spazi di ascolto e confronto già esistenti. È importante chiarirlo esplicitamente: non si tratta di crearne di nuovi, ma di rafforzarli, coordinarli e renderli realmente fruibili in tutte le sedi dell’Ateneo, superando disomogeneità territoriali. In un’università multicampus, l’accesso ai servizi di ascolto non può dipendere dal campus di frequenza. Garantire una presenza riconoscibile e facilmente accessibile in ogni sede è una condizione di equità e di qualità dell’esperienza studentesca, in linea anche con l’attenzione agli spazi di studio e di vita universitaria.
È altrettanto importante riconoscere che molti studenti e molte studentesse vivono solitudine, senso di inadeguatezza o difficoltà di adattamento senza percepirle come problemi “gravi”, ma queste esperienze incidono comunque sulla continuità del percorso di studio. Rafforzare gli spazi di ascolto significa quindi anche valorizzare forme di confronto guidato, iniziative peer-to-peer e momenti di socialità strutturata, che aiutano a ridurre l’isolamento e a costruire un senso di appartenenza alla comunità accademica. Questo aspetto si intreccia direttamente con le azioni dedicate all’accompagnamento nel primo anno e al supporto alle transizioni più delicate del percorso universitario.
Contrastare solitudine, stress e isolamento, soprattutto nei primi anni, è una priorità strategica. L’ingresso all’università rappresenta per molti studenti una discontinuità profonda: nuove modalità di studio, aspettative elevate, distanza dalla famiglia, difficoltà relazionali e, nel contesto veneziano, anche complessità logistiche. Rafforzare l’accoglienza, rendere visibili i servizi fin dall’inizio, favorire la costruzione di reti tra pari e intercettare precocemente i segnali di difficoltà significa prevenire forme di ritiro precoce che spesso non dipendono da una mancanza di capacità, ma da una mancanza di supporto.
Per questo motivo, le politiche di benessere non possono essere pensate come un ambito separato, ma devono essere integrate con i servizi didattici e di accompagnamento. Il benessere è strettamente connesso all’organizzazione dei calendari, ai carichi di studio, al tutorato, all’orientamento in itinere e ai servizi di inclusione. Un approccio integrato consente di leggere le difficoltà in modo complessivo e di intervenire prima che diventino problemi strutturali della carriera accademica, rafforzando la coerenza complessiva delle azioni dedicate al successo formativo.
Assumere il benessere come condizione del successo formativo significa, infine, riaffermare il ruolo pubblico dell’università come luogo di crescita integrale delle persone. Questo obiettivo non riguarda soltanto i servizi di supporto, ma chiama in causa anche, in modo esplicito, le pratiche didattiche e il ruolo docente. A Ca’ Foscari, investire in modo strutturato nel potenziamento dei servizi esistenti, nella loro presenza equilibrata in tutte le sedi e nella loro integrazione con la didattica e l’accompagnamento iniziale contribuirebbe a migliorare la qualità dell’esperienza studentesca e a ridurre la dispersione. Tuttavia, perché questa integrazione sia effettiva, è necessario prevedere anche dispositivi di raccordo stabili tra la dimensione del benessere e le strutture didattiche.
In questa direzione, si potrebbe istituire a livello di dipartimento una figura di riferimento (ad esempio un delegato o una delegata per il benessere e il successo formativo), con funzione di collegamento tra servizi agli studenti, corsi di studio e docenti. Questa figura avrebbe un ruolo leggero ma continuo: facilitare la circolazione delle informazioni sui servizi disponibili, raccogliere segnalazioni ricorrenti, promuovere momenti di confronto e contribuire a integrare le tematiche del benessere nella progettazione didattica, senza introdurre nuovi oneri significativi per i singoli docenti.
Parallelamente, può essere utile prevedere strumenti semplici e sistematici di feedback sulle pratiche didattiche, non in chiave valutativa ma riflessiva: ad esempio brevi moduli anonimi a metà semestre, momenti di restituzione aggregata o indicatori sintetici condivisi a livello di corso di studio. L’obiettivo è offrire ai docenti elementi concreti per comprendere se e in che misura alcune scelte organizzative o modalità di insegnamento incidano sul carico percepito e sul benessere degli studenti, rendendo possibile un aggiustamento progressivo e informato delle pratiche. In questo quadro, il benessere diventa una responsabilità distribuita, sostenuta da strutture e figure di raccordo, e non un compito aggiuntivo lasciato all’iniziativa individuale. Ciò contribuirebbe a rafforzare un’idea di università attenta non solo ai risultati, ma alle condizioni attraverso cui le persone sono messe in grado di costruirli.