Le sfide dell'università

La svalutazione del sapere umanistico e linguistico

Lo scenario attuale chiede all’università di cambiare. Lo chiede con forza, e spesso con urgenza. Lo chiede per rispondere ai nuovi bisogni degli studenti e delle studentesse, per affrontare il calo demografico, per rafforzare l’attrattività internazionale, per ridurre i divari sociali ed economici, per misurarsi con un mondo del lavoro in continua trasformazione. Tutte queste richieste sono legittime, reali, ineludibili. Ignorarle significherebbe condannare l’università all’irrilevanza. Questo cambiamento non riguarda soltanto l’offerta formativa o il rapporto con l’esterno. Riguarda profondamente il lavoro quotidiano di chi l’università la fa vivere: i docenti, i ricercatori, il personale tecnico-amministrativo. È qui che la sfida si fa più delicata, perché tocca l’equilibrio tra trasformazione e missione, tra innovazione e identità.

Accanto alla domanda di cambiamento, infatti, esiste un’altra responsabilità altrettanto grande, spesso meno visibile ma non meno urgente: la valorizzazione della cultura, della ricerca e della didattica come cuore dell’università. È su questo terreno che si gioca una delle tensioni più profonde dell’università contemporanea. Questa tensione è oggi amplificata da un dato strutturale: a livello internazionale le discipline umanistiche e linguistiche sono sempre più spesso percepite come “non strategiche”. Secondo i dati dell’OECD, tra il 2013 e il 2021 la quota di studenti iscritti a corsi di area umanistica è diminuita in molti paesi europei e nordamericani, mentre cresceva quella nelle aree STEM.[1] Il rischio, oggi, è quello di interpretare il cambiamento come una sostituzione: nuovo contro antico, innovazione contro tradizione, utilità immediata contro sapere critico. In questa logica, tutto ciò che non produce un ritorno economico rapido o una competenza immediatamente spendibile rischia di essere percepito come superfluo, marginale, sacrificabile. Questa visione non è solo miope, è soprattutto pericolosa. Negli ultimi anni questo orientamento ha prodotto effetti concreti. Ad esempio nel Regno Unito decine di corsi di filosofia, lingue moderne, studi classici e storia dell’arte sono stati ridimensionati o chiusi per ragioni di sostenibilità economica.[2] Negli Stati Uniti, tra il 2012 e il 2022, le lauree in humanities sono diminuite di oltre il 25%.[3]

La cultura umanistica non è un residuo del passato: è la condizione stessa della possibilità del futuro. I saperi storici, filosofici, artistici, linguistici non sono un ornamento del sistema universitario, ma il suo fondamento. Essi formano menti capaci di comprendere la complessità, di interpretare il presente, di esercitare un pensiero critico profondo. Senza questa base, anche l’innovazione tecnologica e scientifica rischia di diventare cieca, priva di orientamento e di responsabilità. Non è casuale che gli stessi organismi internazionali che promuovono l’innovazione tecnologica sottolineino il ruolo delle competenze critiche, culturali e linguistiche: l’UNESCO e la Commissione Europea hanno più volte evidenziato come le humanities siano centrali per la cittadinanza democratica, la coesione sociale e la gestione responsabile delle trasformazioni digitali.[4]

Ca’ Foscari, per la sua storia e per la sua identità, incarna in modo esemplare questa responsabilità. È un’università che nasce dall’incontro tra culture, lingue e saperi diversi; un luogo in cui l’attenzione per le lingue, per le civiltà e per le tradizioni intellettuali ha sempre rappresentato un tratto distintivo e una ricchezza, non un limite. Questo patrimonio non può essere cancellato o messo tra parentesi in nome di un’idea riduttiva di modernità. Difendere questi saperi non significa opporsi al cambiamento. Al contrario, significa dare al cambiamento una direzione. In un mondo attraversato da crisi ambientali, sociali, tecnologiche e geopolitiche, la capacità di leggere il passato, di comprendere le radici culturali dei conflitti, di riconoscere la pluralità delle lingue e delle visioni del mondo è una competenza essenziale, non accessoria.


[1] https://www.amacad.org/news/humanities-degrees-declining-worldwide-except-community-colleges

[2] https://www.thecentipede.org/posts/on-recent-humanities-cuts-in-higher-education

[3] https://www.lemonde.fr/en/campus/article/2025/05/23/british-universities-are-being-sacrificed-for-profits_6741568_11.html

[4] https://www.cordis.europa.eu/article/id/123087-academia-europaea-position-paper-on-the-situation-of-the-humanities-and-social-sciences-in-eu/https://www.unesco.org/en/articles/reimagining-our-futures-together-new-social-contract-educationhttps://education.ec.europa.eu/focus-topics/improving-quality/key-competences

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