Le sfide dell'università

L’ascensore sociale che si ferma

Assistiamo a un divario crescente delle disuguaglianze sociali, alimentato da profonde fratture economiche che non riguardano soltanto la distribuzione del reddito, ma si riverberano sui percorsi educativi, le opportunità professionali e la mobilità sociale complessiva. Questa dinamica rappresenta una sfida cruciale per le università contemporanee e future, perché mette in discussione il ruolo stesso dell’istruzione superiore come motore di equità, sviluppo e coesione.

In Italia, i dati più recenti mostrano come la quota di giovani laureati tra i 25 e i 34 anni sia solo circa il 32%, nettamente inferiore alla media OCSE e dell’Unione Europea, che si aggira intorno al 44–50%.[1] Questo posiziona il nostro Paese tra gli ultimi in Europa in termini di partecipazione all’istruzione terziaria, con significative implicazioni per l’occupabilità e la competitività dei nostri giovani.

Le disuguaglianze si manifestano anche all’interno del sistema educativo italiano. Giovani provenienti da famiglie con basso livello di istruzione hanno probabilità molto più basse di accedere e completare un percorso universitario, mentre coloro che riescono a laurearsi spesso incontrano maggiori difficoltà nel raggiungere tassi occupazionali comparabili con quelli dei loro coetanei europei. In Italia, il tasso di occupazione dei laureati tra i 25 e i 64 anni è inferiore di diversi punti rispetto alla media UE, evidenziando un premio occupazionale dell’istruzione meno forte rispetto ad altri Paesi europei.

La natura delle disuguaglianze è multidimensionale: si combinano disparità di reddito, di contesto familiare, di provenienza territoriale e di accesso alle risorse educative. I giovani che crescono in contesti socio-economici svantaggiati affrontano maggiori ostacoli nell’accesso all’università, nella persistenza nel percorso di studio e nella transizione al lavoro, rendendo più probabile l’abbandono o l’accentramento delle opportunità nei gruppi sociali già avvantaggiati.[2]

Queste fratture economiche e sociali incidono pesantemente anche sulla funzione pubblica dell’università. Un sistema universitario che non riesce a ridurre gli svantaggi di partenza finisce per riprodurre le disuguaglianze, anziché attenuarle, limitando la mobilità sociale e amplificando le distanze tra chi ha già accesso a risorse e opportunità e chi ne è escluso. In un Paese come l’Italia, dove l’intersezione tra origine sociale e possibilità educative è particolarmente marcata, questo fenomeno assume una rilevanza ancora maggiore.

Affrontare il divario delle disuguaglianze non è, dunque, un compito periferico: è una responsabilità centrale per le università del futuro. Occorre ripensare politiche e pratiche in grado di:

  • potenziare il diritto allo studio con strumenti di sostegno economico mirati, perché condizioni economiche non diventino barriera all’accesso o alla persistenza negli studi;
  • sviluppare servizi di orientamento, tutorato e accompagnamento personalizzato lungo tutto il percorso formativo;
  • promuovere inclusione e equità che tengano insieme dimensioni territoriali, di genere e di origine sociale e dei diversi bisogni formativi degli studenti e delle studentesse;
  • integrare la formazione con le esigenze reali del mercato del lavoro, riducendo il gap tra competenze acquisite e opportunità occupazionali.

Questa sfida non riguarda solo l’efficacia interna delle università, ma la qualità democratica e civile del nostro territorio. Ridurre le disuguaglianze educative significa investire nella capacità delle nostre comunità di innovare, di generare conoscenza e di garantire che il talento e la motivazione non siano penalizzati dal luogo di nascita o dal reddito familiare, ma siano riconosciuti e valorizzati ovunque essi emergano.


[1] https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Educational_attainment_statistics

[2] https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S003801211930240X

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