7.1 Il trasferimento della conoscenza
La terza missione non deve essere percepita come un’aggiunta, ma come parte integrante della qualità di didattica e ricerca.
Il multicampus rappresenta una leva strategica in questo ambito: consente di articolare il trasferimento in modo coerente con le vocazioni territoriali, evitando duplicazioni e rafforzando complementarità tra sedi. L’Ateneo dovrebbe maggiormente:
- integrare la terza missione nella programmazione dipartimentale;
- riconoscere e valorizzare l’impegno dei docenti;
- comunicare i risultati alla società.
L’impatto sociale è una forma di qualità.
Valorizzare la terza missione come dimensione integrata della qualità significa superare l’idea che essa rappresenti un’aggiunta “a valle” rispetto a didattica e ricerca, e riconoscerla invece come una modalità attraverso cui la qualità dell’università si manifesta e si verifica nel rapporto con la società.
Nel nostro Ateneo è necessario continuare a rinforzare l’integrazione della terza missione nella programmazione dipartimentale. I Dipartimenti dovrebbero essere messi nelle condizioni di individuare, all’interno dei propri Piani di Sviluppo, alcune linee di terza missione coerenti con la propria identità scientifica: divulgazione culturale, collaborazione con istituzioni pubbliche, trasferimento di conoscenza, public engagement, dialogo con il territorio, imprenditorialità e innovazione. La qualità non deriva dall’omogeneità, ma dalla differenziazione consapevole: riconoscere che la terza missione assume forme diverse nei diversi ambiti disciplinari e che questa pluralità è un valore da tutelare, non una criticità da normalizzare. In questo quadro, la selettività è essenziale: poche azioni chiare, riconoscibili e sostenute nel tempo sono più efficaci di una sommatoria di iniziative sporadiche.
Un secondo nodo decisivo riguarda il riconoscimento del lavoro accademico legato alla terza missione, anche in termini di carriera. Le esperienze più mature evitano che questo impegno ricada sempre sulle stesse persone o venga svolto ai margini del lavoro ordinario, senza visibilità né riconoscimento. Valorizzare la terza missione significa rendere esplicito che tali attività contribuiscono alla qualità complessiva dell’Ateneo e devono quindi essere considerate nei percorsi di valutazione e progressione. Il riconoscimento può assumere forme diverse – tempo dedicato, carichi equilibrati, criteri qualitativi – ma deve essere chiaro che la terza missione non è volontariato accademico, bensì lavoro qualificato visto che ormai questo tipo di attività è valorizzata nell’accreditamento periodico e nella VQR.
Un ambito particolarmente rilevante riguarda il trasferimento di conoscenza in forma imprenditoriale, attraverso spin-off, brevetti, start-up e collaborazioni con incubatori e acceleratori. A Ca’ Foscari questa dimensione è già presente e ha prodotto esperienze significative, che mostrano come la terza missione possa tradursi in innovazione economica e sociale senza perdere rigore scientifico. Spin-off come Veasyt nel campo delle tecnologie linguistiche o RARA Factory nel deep-tech sui materiali alternativi alle terre rare dimostrano come idee nate dalla ricerca possano evolvere in iniziative imprenditoriali sostenibili.
Sostenere questa dimensione significa anche rafforzare le infrastrutture di accompagnamento, affinché l’imprenditorialità accademica non resti episodica o affidata esclusivamente all’iniziativa individuale. Supporto alla brevettazione, mentoring, connessioni stabili con incubatori e partner industriali, strumenti di sviluppo e competenze amministrative dedicate sono condizioni essenziali per trasformare buone idee in progetti sostenibili nel tempo. La qualità di questa azione non si misura nel numero di start-up generate, ma nella capacità dell’Ateneo di offrire continuità, competenze e visione di lungo periodo. PiNK dovrà operare in una logica multicampus, con referenti territoriali e strumenti condivisi, così da garantire accesso uniforme ai servizi di valorizzazione indipendentemente dalla sede di afferenza del progetto. Le sue azioni dovranno essere declinate territorialmente: Mestre come hub per il trasferimento tecnologico e l’innovazione scientifica; Treviso come nodo di connessione con il sistema delle PMI e delle filiere produttive regionali; Venezia come piattaforma per il trasferimento culturale, istituzionale e creativo.
Un ulteriore elemento riguarda la comunicazione e la restituzione pubblica dei risultati della terza missione ovvero su come queste attività producano valore culturale, sociale ed economico. A Ca’ Foscari questo può realizzarsi in narrazioni tematiche e momenti di restituzione che rendano visibili non solo le iniziative realizzate, ma anche gli effetti prodotti in termini di partecipazione, consapevolezza, innovazione e impatto sul territorio. Comunicare in modo chiaro la terza missione significa renderla comprensibile e riconoscibile anche al di fuori della comunità accademica.
Per rendere tutto ciò sostenibile nel tempo sono necessari strumenti di supporto adeguati e continuativi. Quando l’università mette a disposizione competenze organizzative, amministrative, giuridiche e comunicative, le attività di terza missione diventano più solide e meno dipendenti dall’iniziativa individuale. Rafforzare questo supporto consente di ampliare la partecipazione, valorizzare esperienze diverse e garantire continuità alle azioni più efficaci.