3.3 Nuove forme di didattica per valorizzare la nostra offerta
Ca’ Foscari ha bisogno, oggi più che mai, di riconoscere, sostenere e valorizzare
le molte sperimentazioni didattiche che già esistono e introdurne di nuove per rafforzare la sua identità. Intendo:
- promuovere challenge-based learning e remote e virtual labs;
- sostenere la compresenza interdisciplinare;
- sostenere nuove sperimentazioni didattiche flessibili;
- potenziare programmi ponte (bridging courses).
La didattica innovativa si fà, tutti i giorni, nei nostri insegnamenti.
Rafforzare l’idea e l’immagine di Ca’ Foscari come università della presenza significa affermare l’unicità di una esperienza didattica e formativa che trova nella presenza il contesto in cui possono svilupparsi e essere pienamente valorizzate modalità di insegnamento innovative, complesse e ad alto valore formativo. Non si tratta di opporre la didattica in aula a quella online o blended, ma di riconoscere che alcune pratiche – come il challenge-based learning, la compresenza, la didattica laboratoriale e sul campo, le lezioni in archivi, musei, scavi archeologici o contesti produttivi e istituzionali – esprimono il loro potenziale proprio grazie alla dimensione fisica, situata e progettuale dell’apprendimento. In questa prospettiva, il digitale non è un’alternativa alla presenza, ma uno strumento che la affianca e la potenzia, contribuendo a rendere visibile, riconoscibile e strutturata un’offerta formativa che si distingue per qualità, profondità e capacità di integrare saperi, pratiche e contesti reali.
Ca’ Foscari ha oggi l’opportunità – e la responsabilità – di essere tra le università che sperimentano per prime nuovi modelli di didattica, interpretandoli in modo coerente con la propria storia e con la propria vocazione interdisciplinare. Le nuove forme di insegnamento non devono nascere come percorsi separati o alternativi, ma come modalità innovative da valorizzare all’interno degli insegnamenti che già vengono erogati, capaci di arricchire il modo in cui i contenuti vengono affrontati, discussi e appresi. Si tratta di pratiche che possono essere integrate nei corsi esistenti e rese visibili e riconoscibili nelle schede degli insegnamenti, segnalando chiaramente attività progettuali, laboratoriali, sul campo o sperimentali. In questo modo Ca’ Foscari può non solo innovare, ma anche dare un segnale forte di trasparenza e di qualità dell’offerta formativa, aiutando studenti e studentesse a orientarsi e rendendo l’innovazione didattica una cifra distintiva e condivisa dell’università.
Uno dei pilastri di questa visione è il challenge-based learning. Ca’ Foscari è un Ateneo che, per la sua storia e per la sua collocazione, ha sempre dialogato con il mondo esterno: istituzioni culturali, amministrazioni pubbliche, imprese, organizzazioni internazionali, territorio veneziano e globale. Il Challenge-Based Learning rende questo dialogo una parte strutturale dell’insegnamento. Non si tratta di “portare l’azienda in aula”, ma di costruire insegnamenti in cui gli studenti affrontano problemi reali, complessi, che non hanno una soluzione unica. In questo modo i contenuti disciplinari non vengono semplificati, ma messi alla prova. Un corso di economia può lavorare su politiche di sostenibilità urbana, uno di lingue su progetti di mediazione culturale, uno di studi umanistici sulla valorizzazione del patrimonio, uno di scienze su problemi ambientali concreti. Per Ca’ Foscari questo approccio è particolarmente rilevante perché permette di mostrare, anche all’esterno, il valore pubblico dei suoi saperi. L’implementazione non richiede stravolgimenti: serve riconoscere formalmente questa modalità, sostenere i docenti nella progettazione, facilitare il contatto con enti e istituzioni e adottare modalità di valutazione coerenti, che includano il progetto e una discussione critica orale. Il ritorno non è solo in termini di competenze degli studenti, ma di reputazione dell’Ateneo come luogo che forma persone capaci di comprendere e intervenire nel mondo.
Accanto a questo, è necessario ripensare in modo più flessibile e inclusivo il rapporto tra teoria e pratica, soprattutto nei corsi scientifici. I remote e virtual labs offrono una risposta concreta. Ca’ Foscari non è un grande politecnico, ma ha una solida area scientifica che spesso soffre di vincoli logistici, di spazi e di tempi. I laboratori virtuali e remoti non sostituiscono l’esperienza in presenza, ma la integrano, permettendo agli studenti di esercitarsi, di ripetere esperimenti, di visualizzare processi complessi anche fuori dall’orario o dallo spazio fisico del laboratorio. Questo è particolarmente importante per studenti lavoratori, studenti internazionali o per corsi con numeri elevati. L’implementazione può essere graduale e mirata: partire da alcuni insegnamenti chiave, utilizzare piattaforme già esistenti, integrare le simulazioni con momenti di confronto in aula. I vantaggi sono principalmente due. Da una parte c’è migliore apprendimento e dall’altra un uso più efficiente delle risorse, senza la necessità di investimenti strutturali sproporzionati.
Un capitolo a sé riguarda l’uso delle tecnologie immersive, come la realtà virtuale e aumentata (XR), che a Ca’ Foscari possono trovare una declinazione originale e non imitativa. Nei beni culturali, ambito identitario dell’Ateneo, queste tecnologie permettono di fare qualcosa che altrimenti sarebbe impossibile: ricostruire contesti archeologici scomparsi, esplorare siti fragili o non accessibili, collocare opere d’arte nel loro spazio e nel loro tempo originari, simulare interventi di restauro senza alcun rischio per opere uniche. In questo senso la tecnologia non banalizza lo studio umanistico, ma lo approfondisce, perché costringe a prendere decisioni, a giustificarle, a confrontarsi con ipotesi alternative. Lo stesso vale, con modalità diverse, per la chimica e l’ingegneria, dove la simulazione di processi complessi o pericolosi permette un apprendimento più sicuro e consapevole. Per Ca’ Foscari investire in XR significa costruire pochi progetti di alta qualità, condivisi tra dipartimenti, utilizzabili anche per la terza missione, per la divulgazione e per il dialogo con musei e istituzioni culturali. Non serve una proliferazione di visori, ma una visione chiara su dove queste tecnologie aggiungono davvero valore.
Un’altra dimensione fondamentale dell’innovazione didattica è la compresenza interdisciplinare. Ca’ Foscari è già, di fatto, un luogo di contaminazione tra saperi, ma questa ricchezza raramente si traduce in insegnamenti progettati e tenuti insieme da docenti di discipline diverse. Eppure, i problemi che affrontiamo – dal cambiamento climatico alla gestione del patrimonio culturale, dalla globalizzazione alle trasformazioni tecnologiche – non sono disciplinari. La compresenza non è una perdita di identità, ma un esercizio di rigore. Mostra agli studenti e alle studentesse come i diversi approcci dialogano, dove si incontrano e dove divergono. Per renderlo possibile servono azioni concrete come il riconoscimento chiaro nel carico didattico, incentivi mirati, supporto alla progettazione, senza imporre modelli rigidi. Anche qui il ritorno è alto a fronte di costi contenuti, soprattutto in termini di qualità percepita e di coesione della comunità accademica.
Accanto a queste sperimentazioni, Ca’ Foscari può esplorare in modo mirato anche forme di didattica flessibile che mirino a ripensare il rapporto tra presenza, partecipazione e apprendimento, senza mettere in discussione il valore dell’esperienza in aula. In molti corsi, soprattutto magistrali, una parte significativa degli studenti si trova oggi a dover conciliare lo studio con lavoro, mobilità, impegni familiari o periodi di permanenza all’estero. In questo contesto, sperimentare modelli che permettano una partecipazione flessibile e dichiarata – progettata fin dall’inizio e non affidata a soluzioni informali – può rendere l’esperienza formativa più equa e trasparente. Si tratta di insegnamenti pensati in modo “digitale-first”, con una struttura chiara dei materiali e delle attività, momenti sincroni dedicati alla discussione e all’approfondimento, e modalità di partecipazione equivalenti per chi è in presenza e per chi segue a distanza. Non corsi online né soluzioni emergenziali, ma insegnamenti ordinari che integrano diverse forme di partecipazione in modo coerente, valorizzando la responsabilità dello studente e il ruolo attivo del docente. Un approccio di questo tipo, avviato come sperimentazione circoscritta e volontaria, permetterebbe a Ca’ Foscari di rispondere a bisogni reali della popolazione studentesca, riducendo l’abbandono e migliorando la continuità degli studi, senza snaturare la propria identità, ma anzi rafforzandola come università capace di coniugare rigore, inclusività e innovazione didattica.
Infine, una riflessione seria sulla didattica non può ignorare il tema delle difficoltà iniziali che, come indicato dai report dei test TOLC, stanno crescendo di anno in anno. I modelli tradizionali basati esclusivamente su corsi zero o propedeuticità bloccanti hanno spesso prodotto esclusione e abbandono, senza migliorare realmente la preparazione a causa della concentrazione in poco tempo di molti temi che invece richiedono molto più tempo di assimilazione. I programmi ponte (bridging courses) rappresentano un cambio di paradigma. Non si tratta di abbassare il livello, ma di spostare il supporto nel momento in cui serve. Lo studente frequenta il corso, affronta i contenuti, e contemporaneamente riceve un accompagnamento mirato su scrittura, metodo di studio, matematica o altre competenze di base. È un modello più giusto, più efficace e più coerente con una università pubblica che vuole essere esigente ma allo stesso tempo inclusiva. Ad esempio, in un primo corso di Analisi Matematica, un programma ponte può affiancare al corso attività dedicate al consolidamento dell’algebra di base, alla comprensione delle funzioni e dei grafici e al metodo di studio della matematica universitaria. Lo studente segue regolarmente le lezioni e riceve contestualmente un accompagnamento che gli consente di affrontare i contenuti del corso in modo efficace, senza abbassare il livello o modificare gli obiettivi formativi dell’insegnamento. Su questo, il supporto di strumenti online e video mirati a colmare una particolare carenza aiutano lo sviluppo di un percorso di apprendimento individualizzato dello studente. A differenza delle esercitazioni, che rafforzano principalmente i contenuti già svolti a lezione, i programmi ponte intervengono sulle competenze di base necessarie per poter seguire il corso. A Ca’ Foscari questo può essere realizzato identificando alcuni insegnamenti particolarmente critici, formando tutor disciplinari, dottorandi e integrando il supporto con i servizi agli studenti. I risultati, come mostrano molte esperienze internazionali, sono una riduzione significativa degli abbandoni e un miglioramento del successo nel primo anno.
Tutte queste azioni non devono essere lette come un pacchetto chiuso o come un obbligo per tutti. Al contrario, voglio che Ca’ Foscari diventi un ambiente in cui la sperimentazione didattica sia riconosciuta, sostenuta e valutata con serietà. Accanto a queste forme, devono trovare pieno riconoscimento anche altre modalità già presenti o da rafforzare, come la didattica sul campo, i laboratori territoriali, la collaborazione con istituzioni culturali, la formazione continua e le micro-credenziali. L’obiettivo non è uniformare l’insegnamento, ma creare un ecosistema in cui chi innova non sia isolato e chi preferisce modelli più tradizionali possa comunque dialogare con nuove pratiche.