2.4 Vivere l’università, non solo frequentarla
Gli spazi informali sono fondamentali per costruire comunità.
In un Ateneo multicampus, costruire comunità significa farlo in ogni sede. La socialità universitaria non può concentrarsi esclusivamente nel centro storico veneziano:
Venezia, Mestre e Treviso devono essere luoghi in cui si può non solo studiare, ma anche incontrarsi, fermarsi, partecipare e sentirsi parte di una comunità viva. Considero fondamentale:
- ampliare e migliorare gli spazi di ristoro;
- creare aree di incontro e relax;
- favorire luoghi di socialità non commerciali;
- integrare spazi interni ed esterni.
Un Ateneo vivo è fatto di relazioni, non solo di aule.
Costruire un forte senso di appartenenza significa superare una separazione rigida tra studio e vita relazionale e riconoscere che l’esperienza universitaria si forma anche nei tempi e negli spazi informali. Gli studenti e le studentesse non vivono l’università solo in aula: la vivono nei momenti di pausa, negli incontri casuali, nei luoghi in cui possono fermarsi senza dover “consumare” qualcosa o dover giustificare la propria presenza. Migliorare gli spazi di ristoro e di socialità significa costruire ambienti accoglienti, accessibili e non esclusivi, capaci di sostenere una vita universitaria piena e continuativa.
A Ca’ Foscari, un primo intervento concreto può consistere nella qualificazione sistematica degli spazi già esistenti, molti dei quali oggi sono vissuti come semplici luoghi di passaggio o come ambienti funzionali ma poco invitanti. Interventi leggeri e mirati – arredi confortevoli, illuminazione adeguata, possibilità di sedersi e sostare senza obbligo di consumo – possono trasformare questi spazi in luoghi di incontro quotidiano, adatti sia a una pausa informale sia allo studio leggero o alla discussione tra studenti e studentesse. Non servono grandi opere, ma una visione coerente che restituisca dignità e funzione a spazi spesso sottoutilizzati.
Un elemento centrale di questa strategia è la presenza diffusa di spazi di socialità non commerciali – cioè non bar o mense – in cui sia possibile mangiare un pasto portato da casa, riscaldare il cibo, bere acqua o semplicemente fermarsi senza sostenere costi aggiuntivi. In una città ad alto costo della vita come Venezia, questi spazi rappresentano un presidio concreto di equità. La loro distribuzione deve essere equilibrata tra le diverse sedi, evitando che la socialità si concentri solo in pochi luoghi riconoscibili e lasci scoperte intere aree dell’Ateneo, con effetti di esclusione implicita.
Accanto agli spazi interni, è importante valorizzare in modo più sistematico anche il rapporto tra ambienti chiusi e spazi all’aperto. Cortili, chiostri e aree esterne, se attrezzati nel rispetto del contesto storico e architettonico, possono diventare luoghi privilegiati di incontro e relax, soprattutto nei periodi più favorevoli dell’anno. La qualità di questi spazi dipende dalla loro fruibilità quotidiana: sedute adeguate, tavoli, zone d’ombra, connessione e regole chiare di utilizzo permettono di integrarli stabilmente nell’esperienza universitaria, superando una logica episodica o legata a singoli eventi.
Gli spazi di socialità possono inoltre diventare luoghi naturali di iniziativa culturale leggera, senza bisogno di una programmazione rigida o centralizzata. Presentazioni informali, gruppi di studio autogestiti, incontri tra studenti e studentesse di corsi diversi e attività promosse dalle associazioni studentesche trovano in questi ambienti un contesto ideale. Un’università vitale non è quella che organizza ogni attività dall’alto, ma quella che mette a disposizione spazi capaci di favorire la nascita spontanea di relazioni, scambi e progetti, rafforzando il senso di comunità.
Perché questa politica sia credibile e duratura, è però necessario accompagnarla con regole chiare e una gestione attenta degli spazi, in modo da evitare conflitti o degrado. Le esperienze più solide a livello europeo mostrano che quando gli studenti e le studentesse percepiscono questi luoghi come parte integrante dell’università, e non come spazi residuali, tendono a prendersene cura. Coinvolgere le rappresentanze studentesche nella definizione delle regole di utilizzo e nel monitoraggio dell’uso rafforza il senso di responsabilità condivisa e rende la socialità una risorsa collettiva, non un problema da gestire. Mestre e Treviso possono diventare laboratori di sperimentazione per nuove forme di vita universitaria: spazi condivisi per associazioni studentesche, iniziative interdisciplinari, attività serali e culturali che rafforzino il radicamento locale e, allo stesso tempo, il legame con l’intero Ateneo.
Investire negli spazi di ristoro e di socialità significa, in definitiva, riconoscere che la formazione universitaria non si esaurisce nei momenti formali dell’insegnamento, ma si costruisce anche negli scambi informali, nelle relazioni quotidiane e nella possibilità di vivere l’università come luogo in cui restare. Una socialità inclusiva e accessibile migliora il benessere, rafforza l’identità cafoscarina e rende l’Ateneo uno spazio in cui non si passa soltanto, ma in cui è possibile sentirsi parte di una comunità.